Medicina al bivio: conformismo o secessione?

L’abbandono della medicina attuale ha assunto ormai i caratteri di un contagio, imprevisto quanto incontenibile, che contraddice e smentisce le promesse del progresso tecnologico e scientista che ci additava la medicina ufficiale.

Quali sono le cause della crisi della medicina occidentale, che ha colpito sia i medici che i pazienti?

Potrebbero la medicina complementari, le arti e le tradizioni dei popoli offrire elementi da integrare alla scienza per approcciarci alla salute in modo umano e globale?

 Un’autentica ordalìa è in atto da qualche tempo contro una frangia di medici “dissenzienti” che si rifiutano di applicare come diktat le indicazioni ricevute dagli organismi di controllo interno (Ordine dei Medici, società Scientifiche, etc.) o dalle strutture sanitarie e amministrative. Essa si traduce in denunce penali, processi, pesanti condanne mentre, sul versante interno alla categoria, si assiste al moltiplicarsi di procedimenti disciplinari, sospensioni, radiazioni.

Tanti esempi minacciosi, più simili a desuete pratiche da Santa Inquisizione che a un moderno e razionale esercizio della Medicina, danno l’impressione di un corpo professionale ferito a morte che si difende assestando gli ultimi colpi di coda.

È altresì interessante che si dia più visibilità e rilievo mediatico ai comportamenti autonomi e indipendenti dei medici piuttosto che a notori atti criminosi di comparaggio, di assoggettamento da case farmaceutiche – conflitti di interesse latenti o palesi che infiltrano diffusamente la categoria e ne minano assai più profondamente la credibilità e la tenuta etica e morale.

Forse l’atteggiamento reattivo e indipendente che certi medici stanno sempre più manifestando è l’esito di una lunga stagione di protocolli, linee guida, gold standard, evidenze statistiche, di procedure diagnostico-terapeutiche che hanno cancellato il rapporto personale del terapeuta col paziente, esaurendo e negando il ruolo creativo e soggettivo della medicina.

A questo fenomeno fanno da contraltare le scelte operate da un numero crescente di pazienti che si sottraggono alla medicina cosiddetta ufficiale e si orientano in piena autonomia verso medicine complementari, restando apparentemente del tutto indifferenti alle prove di efficacia che si impegnano a fornire la rappresentazione di una medicina “salvifica” versus pratiche comparate ad “acqua fresca”.

Alla prova dei fatti e dei risultati ottenuti, l’effettiva supremazia del modello attuale di medicina sembra però piuttosto illusoria dal momento che non sono neanche lontanamente debellate le malattie come il cancro, il diabete, la malaria, o la tubercolosi, su cui da tempo sono stati concentrati i maggiori investimenti e profuso le migliori energie.

Si riproduce invece invariabilmente il medesimo schema che scandisce da sempre la storia dell’umanità: nuove malattie emergono e soppiantano antichi morbi i quali, in taluni casi, vanno scomparendo da soli o si attenuano fino a diventare patologie croniche compatibili con la lungo sopravvivenza (è il caso della lebbra, che scomparve dall’Europa alla fine del Cinquecento senza che se ne fosse mai trovato il rimedio, o la sifilide, mortale all’inizio del suo apparire e poi lentamente mitigatasi, assai prima dell’avvento della penicillina).

Tuttavia è vero che negli ultimi cinquant’anni, dalla fine della Seconda Guerra mondiale,il mondo occidentale ha misurato il più cospicuo allungamento della durata della vita media, passando da un’aspettativa di sessant’anni di vita media agli attuali ottanta.

Per quanto la medicina si sia ascritta il maggior merito di questo innegabile successo, in realtà, come dimostra l’ineguale distribuzione nel mondo del guadagno di anni di vita, è stato il diffuso miglioramento delle condizioni generali di lavoro e di vita che ha permesso –ma solo all’Occidente- di fare un tale balzo. In particolare, e soprattutto, sono stati il riscaldamento garantito nelle case, l’invertito rapporto fra consumo calorico per procacciarsi il cibo e l’apporto energetico di cibo salubre e accessibile, la riduzione della fatica fisica sul lavoro e nelle mansioni domestiche, maggiore igiene, fognature, acqua potabile alla portata di tutti. E infatti, adesso che le condizioni economiche e sociali delle popolazioni occidentali subiscono un accelerato peggioramento, anche gli indicatori di salute decadono altrettanto rapidamente e la mortalità, contro ogni ottimistica previsione, ha ricominciato immediatamente ad aumentare.

Però la crisi della medicina occidentale ha forse altre cause, cause endemiche, che sembrano aver colpito insieme medici e pazienti.

Non si spiegherebbe infatti perché, da qualche tempo, entrambe le parti della presunta/pretesa alleanza terapeutica stiano operando una consapevole per quanto silenziosa “secessione”. L’abbandono della medicina attuale ha assunto ormai i caratteri di un contagio, imprevisto quanto incontenibile, che contraddice e smentisce le promesse del progresso tecnologico e scientista che ci additava la medicina ufficiale.

Neppure il sopra citato allungamento della vita media vale oggi ad assicurarle un generalizzato consenso e un’adesione incondizionata. Ancor più sorprendente inoltre che la secessione in atto coinvolga gli strati sociali culturalmente più evoluti ed economicamente più abbienti, quasi che alle élite non fosse mai venuto meno il gusto di distinguersi, affidandosi per quello che c’è di più importante e delicato – la propria salute – a cure più soggettive e  “sartoriali”, di conseguenza dissociandosi da quelle gratuite e universalmente garantite all’intera popolazione attraverso gli erogatori pubblici.

È certo che le medicine complementari, del tutto sprovviste di basi scientifiche credibili e di potenza statistica, o forse proprio per questo, sono “handmade” invece che standardizzate, e per di più risvegliano psicologicamente l’automatismo del valore annesso e correlato al costo sostenuto.

Così da un lato troviamo un pubblico sofisticato ed esigente, che si consente di pagare di tasca propria delle cure individualizzate, poco o per nulla tecnologiche ma sorrette da un elevato contenuto relazionale. A questa classe di pazienti corrisponde un numero crescente di medici, per lo più “privati”, ed obbligati ad esserlo perché si sono allontanati/estraniati dal comportamento prevalente che contraddistingue la medicina ufficiale, fuori dalla burocrazia e dalle linee guida, interessati a battere strade inconsuete, ricercando formazione eccentrica per strade poco battute.

Chi rimane dall’altra parte? I dipendenti pubblici, l’ordine e la gerarchia, l’amministrazione e la burocrazia. In una parola, i conformisti.

Per simmetria dunque, tutti gli altri sono adesso considerati degli “eretici”.

Oltre alle medicine complementari, un imprevedibile risveglio delle arti attraversa la medicina.  Molti operatori della sanità, medici e infermieri, stanno scoprendo il piacere (la necessità?) di fare arte insieme: musica, danza, teatro, arti figurative.

Questo movimento sotterraneo e rizomatico, senza autori né padrini, è cominciato quasi clandestinamente e sta poco alla volta venendo alla luce, riproponendo quanto di più antico e familiare da sempre caratterizza la medicina.

L’arte non è solo compagna storica e tradizionale dell’ars medica, cifra intrinseca dei luoghi dedicati alla cura di cui si conserva memoria e vestigia, ma essa rappresenta la vera essenza della creatività umana, cioè di quanto c’è di meno conformista e ripetitivo dell’intera storia dell’umanità, futile e afunzionale per definizione.

Riappropriandosi dell’arte, il terapeuta espone anche la sua insofferenza verso cliché e standard imposti, reagisce all’appiattimento di una cura che è diventata sempre più “seriale”, in cui l’individualità del paziente affonda nella massa e la personalità dell’individuo si confonde integralmente con il suo corteggio di sintomi e di quesiti clinici.

Unicamente ricondotto al suo substrato materico, ogni soggetto anela alla trascendenza ma non ne diventa consapevole fino a quando non ha completamente esplorato l’aridità di un approccio clinico positivistico-riduzionista qual è quello attuale.

Quanto questo approccio sia diventato soffocante per i pazienti emerge dal continuo aumento del contenzioso medico-legale. Ma non è meno grave per i terapeuti fra cui dilaga il logorio lavorativo (il cosidetto burn out), sintomo eloquente di un’insoddisfazione sconosciuta nei secoli ad una delle professioni liberali più rispettate e autorevoli.

Il bivio a cui è arrivata oggi la medicina impone una riflessione globale sui progressi compiuti da scienza e tecnologia per assolvere il suo compito fondamentale: accompagnare un individuo ad attraversare una fase critica della vita.  Guarirlo, cioè preservarlo indefinitamente dalla morte, non è nelle sue possibilità.  È vero invece che ogni individuo ha capacità e potenzialità per guarire se stesso, se trova un terapeuta capace di sostenerlo e dargli fiducia.

Nel paradigma odierno, il medico detiene una delega completa sul corpo, e quindi sulla salute, del suo paziente. Da qui deriva l’equivoco epistemologico, e per certi versi morale, della medicina: ogni fallimento nel processo di cura destabilizza la sua pretesa di onnipotenza.

Negare al paziente un ruolo attivo, costante ed efficace, nel determinare il suo destino è un errore che pesa sull’operato, peggio, sulla coscienza di tanti operatori, e li carica di una eccessiva responsabilità che non hanno e non dovrebbero avere, se non in caso di esplicita malpractice.

La malattia non è il “male” della tradizione teologica, ma rappresenta un indizio che prospetta indicazioni e soluzioni non scontate, e soprattutto non seriali, rispetto alla propria vita.

In confronto alla medicina ufficiale, le medicine complementari hanno mantenuto l’inusitata capacità di concepire soluzioni a misura dell’individuo, di sottrarlo alla condizione di corpo-macchina, che lo espropria di ogni bisogno e di ogni esigenza soggettiva, fisica e metafisica.

Il conformismo propugnato dalle linee guida, da protocolli e procedure standard evidence-based, spinge numerose persone ad opporsi, a orientarsi in altre direzioni.

E’ forse tornato il tempo di riconoscere che la medicina riguarda e coinvolge una complessità che le procedure non contemplano. Forse è il momento di darci il diritto di parlare di nuovo di anima. Difficile in tempi di laicità così accentuata a cui la scienza fornisce strumenti teoretici e legittimazione epistemologica.

Eppure, questa scissione fra corpo e anima ha prodotto effetti tutt’altro che positivi sulla società e sull’individuo. Così come aver confuso la spiritualità con la religione non pare aver giovato all’umanità. Non siamo solo corpo, materia e funzioni. Identificarsi totalmente con questo substrato ci ha privati del senso autentico della vita, di una prospettiva ulteriore che rende la vita degna di essere vissuta.

E’ forse per questa ragione che il contrasto che si sta svolgendo all’interno della medicina ha assunto i caratteri e i toni di una vera guerra di religione? E’ chiaro comunque che il ricorso a sistemi persecutori e coercitivi non appartiene né dimostra la coerenza di un sistema logico e razionale la cui fondatezza dovrebbe essere in grado di affermarsi di per sé.

L’uso di tali metodi arcaici non dà prova che la scienza abbia argomenti convincenti e conclusivi.

Né d’altro canto l’assoggettamento al conformismo dominante pare fornisca soluzioni univoche alla infelicità umana di cui la malattia e il dolore sono fra gli indizi più permanenti e oggettivi.

Purtroppo l’eresia è stata finora il contraltare dell’assetto di potere: essa esprime in sommo grado la volontà di libertà e la ricerca della possibile verità. E, dice il Vangelo, beati i perseguitati per ragioni di giustizia.

Ora, senza voler in nessun modo esaltare il martirio come forma eccelsa e sublime di testimonianza in favore di un’idea, tuttavia non si può negare che “se un uomo non è disposto a morire per un’idea, vuol dire che quell’idea o quell’uomo non valgono abbastanza” …

Tuttavia, astenendoci in questa sede da alcun giudizio pro o contro, auspichiamo di raggiungere finalmente la capacità di contemperare, senza sopraffazione, umani desideri e aspirazioni che non si sovrappongono.

 

In Sarastus ci auguriamo e ci impegniamo a dar voce e gambe all’idea che un’epoca civile e matura come la nostra possa concepire la convivenza fra quelli che sono i due estremi polari di un pensiero vivace e vitale, ciascuno con i propri legittimi adepti e sostenitori, senza creare ulteriori faide e fazioni, ma consentendo a tutti il pieno esercizio e godimento della propria libertà.

 

Rossana Becarelli

 

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